Franco Ferlenga
PITTORE - SCULTORE - ARCHITETTO
Scritti Su Castiglione d/S

A 110 anni dall'inaugurazione del nostro teatro
Il 2 agosto 1840 con l’approvazione di tutti i soci, viene decisa la costruzione di un “Nuovo Teatro di Società” di cui i membri si assumono l’onere nella misura di 100 lire austriache “pro capite” che l’anno seguente viene elevato a 733,32 da corrispondersi in due rate semestrali. Sempre nell’agosto 1840, viene stipulato il contratto di acquisto con il sig. Luigi Cattaneo, di una parte di orto di sua proprietà da adibirsi a zona di costruzione, dopodiché vengono incaricati di approntare un progetto gli ingegneri Botturi e Piccinelli che il primo settembre partono alla volta di Asola, Canneto, Bozzolo,, onde farsi un orientamento su quei teatri. La preparazione dei disegni è rapida se si pensa che alla fine dello stesso mese, vengono ordinati ad una stamperia di Mantova 100 avvisi per bandire l’asta delle opere che nel gennaio 1841 è già aggiudicata agli appaltatori : Porta, Bosio e Martinetti ai quali viene subito dopo corrisposta la prima rata del loro avere, come a termine del contratto, nella somma di lire austriache 1500.
Tuttavia, un progetto definitivo, non può dirsi varato avanti il marzo 1841 allorché l’ingegnere Agricola Botturi si reca a Milano per sottoporre il disegno alla revisione dell’architetto Luigi Canonica il quale, sia per i caratteri stilistici dell’edificio, sia per la specifica delle spese piuttosto elevata, è logico dedurre che proceda ad una vera e propria radicale rielaborazione del progetto. Non bisogna dimenticare che il Canonica, era considerato un’autorità in materia di costruzioni teatrali. Sappiamo creazioni sue, fra le altre, il teatro Carcano di Milano e, più vicino a noi, il teatro Sociale di Mantova compiuto nel 1822.
Alla fine del 1841 la costruzione era così avanzata da rendersi indispensabile la presenza del macchinista Briaschi per i lavori riguardanti il palcoscenico. Occorre però arrivare fino all’aprile 1842 prima di poter mettere mano alle opere di abbellimento. È in quest’epoca che l’ingegner Agricola Botturi si reca a Brescia, onde stipulare il contratto per la decorazione del soffitto con i pittori Dragoni e Guerresi che pur limitando le loro prestazioni allo stretto campo delle riquadrature e della decorazione ornamentale, dimostrano ottima sensibilità e buon gusto.
Qui entra in campo la figura di maggior rilievo nella persona del pittore milanese Aristomane Ghislandi che, formatosi con Scipione Lodigiani alla scuola dell’Appiani, diviene il suo “deus ex machina”, colui che controlla, guida, suggerisce ed opera attivamente come pittore. A lui si deve per prima cosa se non la diretta esecuzione, il disegno dello Zodiaco monocromo dipinto contro la gola del soffitto. La sua presenza da questo momento è pressoché costante nella fabbrica fino agli ultimi mesi del 1844, allorché gli viene richiesto il disegno per il lampadario con l’incarico di dirigerne i lavori di esecuzione, e ne nasce quel mirabile capolavoro neoclassico, non secondo a quello di teatri dell’importanza della Scala.
Il Ghislandi mira ad assicurare unità di direzione e regolare procedimento ai lavori, studiandosi di armonizzare i dettagli ornamentali con le squisite linee architettoniche suggerite dal Canonica, producendo perfino i disegni degli stucchi che vengono eseguiti a Milano e dorati presso la bottega del Tampori. I gruppi pittorici del soffitto rivelano un Ghislandi, nonostante la sua formazione accademica, intento ad emanciparsi dai primitivi insegnamenti con un colorito robusto e un disegno puntuale, e, per quanto la tecnica diversa –l’olio – renda meno evidenti le analogie stilistiche non si può fare a meno di attribuire alla sua mano anche le figurette femminili cavalcanti dei grifi, campate su fondo verde, dipinte contro il parapetto del primo ordine di palchi, dove la pennellata più fluida e più libera è animata da un impeto decorativo che riecheggia certa preziosa pittura del ‘700. Si devono invece al condiscepolo Lodigiani le due figure allegoriche del proscenio (una delle quali indossa il berretto frigio) condotte con tocco ancora morbido ma dai contorni più lineari. Purtroppo il loro stato di conservazione è precario anche a causa di una preparazione del fondo a stucco di gesso, di notevole spessore, che se ha il merito di livellare perfettamente la superficie di legno specie là dove la congiunzione delle tavole ha richiesto l’applicazione di fettucce di tela, ha reso meno resistente il colore agli urti e agli atti vandalici.
Lavori degni di nota sono pure il rosettone in ferro smaltato e dorato dal quale pende il lampadario (in un rendiconto spese, troviamo che venne corrisposto agli artigiani martinelli e Gaspari, per la loro fatica la somma di lire austriache 99,50 comprensiva di altri piccoli lavori eseguiti) e tutta l’opera di falegnameria indubbiamente complessa, affidata per per l’esecuzione ad Antonio Martinetti.
Ma indubbiamente il lavoro artistico di maggior respiro lo troviamo nel sipario. Al prof Tranquillo Orsi, vengono commissionati, oltre a quello, anche gli scenari di cui si conserva qualche traccia. Pittore, architetto, insegnante di prospettiva presso l’Accademia di Venezia dove si conservano alcune sue opere, l’Orsi dipinge l’immenso telone raffigurandovi il Parnaso. La pittura condotta a tempera con una tecnica espertissima, rivela una composizione che, pur chiusa in castigati ritmi neoclassici, aspira ad un maggior bisogno di libertà con un colore che passa dalle gamme più accese del rosa, al verde smeraldo, all’azzurro, al giallo dorato, mantenendosi tuttavia su di una tastiera di tonalità calde e delicate. Lo stato di conservazione della tela è rovinoso.
Dopo tanto fervore di opere, nel mese di settembre del 1843 il teatro veniva inaugurato in pompa solenne con l’opera lirica “La Virginia” del maestro Nini. In quell’epoca il proscenio non era ancora stato retrocesso fino al limite estremo dei palchi e il boccascena doveva risultare anche più armonioso di quello che non sia oggi. Lo spettacolo della fastosa illuminazione con lampade a petrolio, l’eleganza squisita delle decorazioni intatte, il lusso delle tappezzerie dei palchi, la ricchezza dei panneggi, tale visione dovette rimanere impressa a lungo negli occhi di coloro che ebbero la ventura di assistervi in quella lontana sera.
Franco Ferlenga, 1953
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Sala del teatro Sociale di Castiglione
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