Franco Ferlenga
PITTORE - SCULTORE - ARCHITETTO
Scritti Critici su Ferlenga
Hanno detto di lui...
….D’une puissante personalité ornée d’une vaste culture plastique. Peut se rèclamer des anciens Mantouans (Mantegna ecc.) ses vrais maitres. Peinture grave, méditée, trés structurée que celle-ci qui, pourtant est bien d’aujourd’hui
Liberation, 2 marzo 1964
….Par larges plans à la vertical, il nous montre des paysages de la vie laborieuse actuelle, animé par l’ame populaire: base classique, evolution moderne.
Iréné Mauget Masque & Visage, aprile 1963
….Figuratif cet artiste ne l’est que pour atteindre davantage à l’émotion, mieux la suggérer, avec une prédilection pour les soujets humaines trasposés par une inspiration dont l’imprévue n’est passans parenté surréaliste. Il ya chez Franco Ferlenga un sentiment personel de la couleur, ensuite un sense non commun de la composition.
H. S. Le Figaro, 27 marzo 1963
….Il a ainsi conquis son style propre dans les recherches de la couleur et des masses qui s’equilibrent avec la certitude et la vigueur d’un art issu de la grande tradition artistique italienne.
B. Milan Apollo, giugno 1963
….Une sensation de solidité “mystérieuse” se dégage des oeuvres de Franco Ferlenga. Travaillées par aplats, au couteau, dans des sonorités assourdies elles laisse apparaitre les droites d’un dessin syntetique, souligné de noir, tandis que des masses sombres sont souvent opposées à un ciel lumineux et que l’artiste joue de fréquents contre-jour. Il retrouve la sévérité de certain peintres de la Reinessance vénetienne la plus pure.
Renée Carvalho, La Revue Moderne, marzo, 1963
….Sa facture se distingue par sa puissance d’expression, égale dans le style comme dans la matiére, celle-ci dense, soutenue par une composition à tendence géometrique, ou tout au moins simplifiée dans les masses, c’est une oeuvre vigoreuse, presque plastique par le relief qu’accusent encore une recherche évident de lumiére et une palette souvent d’opposition. C’est donc un peintre confirmé, dont l’oeuvre est destinée à durer et il sera interessant de suivre son effort. “
R. Sinnes, La Revue des Arts, marzo 1963
……Una pittura evocatrice di presenze relative ad una condizione di vita accettata e denunciata senza voler infierire e condannare, condotta con lo spirito amoroso di chi vorrebbe aiutare e mai distruggere.
Gianpaolo, Rossana, 1964
….La pittura dell’artista mantovano è caratterizzata da un riuscito incontro tra struttura grafica e colore, ai fini di un’indagine pittorica accurata ed incisiva.
N. B. Turriti, Nuove Dimensioni, 1964
…..Il dipingere del Ferlenga appare mediato, non aperto alle espressioni cosiddette immediate ed effettistiche: da questa stessa meditazione sorge il bisogno della meditazione da parte dello spettatore.
Angelo Geddo, Giornale di Bergamo, 1964
…..Gli aspetti di tale mondo sono colti da Franco Ferlenga, la cui pittura drammaticamente tonalizzata nei blu, nei neri, nei rossi fuoco, è fatta più che di fantasia, di pensiero e di ansie sociali e di comprensione umana.
Umberto Ronchi, L’Eco di Bergamo 1964
…..Come i grandi artisti, avverte i limiti dei mezzi espressivi, né disdegna di riprendere lo stesso tema con un procedimento tecnico diverso, se mai gli riesce di superare se stesso o di appagare quel senso aggiudicante dello spirito che lo induce talvolta a distruggere quadri ai quali già si era affaticato per mesi.
Giovanni Tassoni, Le Venezie e l’Italia, aprile 1965
…..Finalmente un pittore che traduce con rigoroso disegno largo e sintetico, un mondo tutto suo.
Luigi Bracchi, La Martinella, 1965
….Se le inclinazioni e le scelte mediatiche che l’artista ha fatto in armonia con se stesso lo hanno guidato verso una pittura che nei suoi fondamenti ha una interpretazione delle apparenze del mondo sensibile su basi figurative e tradizionali, dall’altro lato, lo spirito romantico proprio di Ferlenga, il suo amore per le cose umili, per una umanità che egli vede dolorante, introducono nella sua pittura un modo di sentire tutto attuale ed individuale che si traduce in una carica espressiva intensa.
M. Lepore, Corriere d’Informazione, 1966
…..Non meno importante la mostra di di Franco Ferlenga artista di sicura maturazione, notevole specialmente per l’incisiva coerenza della sua pennellata.
Ugo Nebbia, La Ceramica, luglio 1966
….Questo pittore possiede il senso della grandiosità nella sua opera, sia che egli dipinga un quadro, un affresco, un mosaico
Walter Pozzi, Parliamoci, luglio 1966
….Franco Ferlenga imposta il suo linguaggio pieno d’amore per le cose umili e dolorante di apparenze simili, su basi figurative
Giuseppe Ferro, Parliamoci, novembre 1966
….Posso dirti soltanto che i tuoi quadri di stile inconfondibile, potranno essere criticati o potranno anche non piacere a qualcuno ma nessuno potrà passarvi dinnanzi senza guardarli, fermarsi a pensare. E il fatto che si possa fermare un passante a guardare la propria opera e che si possa costringerlo a pensare è il miglior successo che io auguro ad ogni artista degno di tale nome.
Johannis, 1967
….La modellazione è essenziale, quasi a dare maggior valore al segreto delle vicende spirituali che al racconto delle apparenze esteriori. L’uso della spatola dà alla materia una palpebrazione che la fa respirante e mossa entro il suo saldissimo schema
Alfio Coccia, l’Italia 1967
…..Pochi pittori come Ferlenga hanno nel sangue il colore e lo sanno assaporare e fare assaporare in campiture smaltate e “pulite” dove ogni lacerto ha una ben definita funzione nell’economia del quadro.
P. G. Agostoni, La Casa, 1967
….Quei nudi costruiti dall’interno, con una ossatura fragile ma che appare robusta per i valori tonali cupi che riflettono il quieto furore di cui Ferlenga mai riuscirebbe a liberarsi. Perché la vita è quella che è: un ordine di cose sregolate che l’artista vero deve proiettare nel tempo con virile umiltà.
U. Benedetto, La Strada, dicembre 1967
….Attraverso sonorità smorzate, le sue tele lasciano trasparire un segno sintetico, sottolineato a volte di nero che dà risalto a masse potenti contrapposte e quasi giocate controluce.
P. Fiori, Parliamoci, dicembre 1967
….Sembra che una tristezza monotona, solitaria e desolata permei questi paesaggi tutti costruiti, quasi irreali e immersi in un silenzio metafisico.
E. Nofri Rossi, La Nazione, 4 aprile 1968
…..Franco Ferlenga non ha paura di guardare in faccia la realtà del nostro tempo che è amara e sconsolante.
I Mormino, La Notte, 13 aprile 1968
…..Caro Ferlenga la differenza sta solo nel mezzo impiegato. Le tue belle pagine le scrivi col pennello e portano il segno di una moralità che non conosce compromessi.
Francesco Flora Auditorium, 1968
……Franco Ferlenga ha un carattere franco, entusiasta, la volontà robusta di chi ha potenza, impeto creativo, padronanza di tecnica: composto come i suoi personaggi ha una espressione sognante, nuova e antica nello stesso tempo
I. C. S. Scena illustrata agosto 1968
….La sua pittura nobilita i sentimenti, interpreta le emozioni ed esprime una poetica umana condotta con spirito amoroso, il colore è intenso, cromatico, brillante con valori esaltati dalla padronanza del mestiere che gli permette di raggiungere momenti di rara intensità.
Franco Passoni, Avanti, 28 novembre 1968
….La città immersa nella sua profonda tristezza della periferia, nel cupo panorama dello smog, pesante, assetata di luce nella quale l’uomo rischia di perdere l’aria che respira
Domenico Cara, Italia Moderna Produce, 1969
…..Eppoi il risultato sociale e umano di queste opere, un aspetto di attualità, che sconcerta che trasfigura la realtà contestata per trascenderla con una sorta di grazia, forte, quasi legnosa che certamente fa trasparire un’anima, un’ansia di vita come unica alternativa alla stessa vita, sicuro che tale riaffermazione d’amore andrà oltre, per divenire vincolo esistenziale, al di là di ogni credo, fuori quindi da ogni estetica
Gino Roda, Uomo e immagini, n° 26 - 27, 1969
……Non ha mai voluto cercare la fortuna delle mode, dipingere per conquistarsi una notorietà, ma si dedica al lavoro con l’impegno artigianale, appellandosi alla tradizione della pittura rinascimentale quando anche i più grandi pittori iniziavano la carriera impastando i colori presso la bottega di qualche artista affermato.
C. Montelli, Famiglia Cristiana, 10 agosto 1969
Le sombre enchantement de ses toiles nous plonge dans la délectation du désespoir, tel que Goya nous l’a révélé et que des peintres comme Rouault et Soutine l’ont illustré en France. C’est pourquoi je puis en toute conscience apporter le témoignage de mon admiration et de ma sympathie pour ce grand artiste
Katia Granoff, Parigi 1970
….Essere lombardo, significa avere della realtà una precisa coscienza; significa – per un pittore – servirsi di un colore solido ed espressivo, che conferisce evidenza e sostanza ad un disegno inteso ad esaltare la volumetria delle forme, significa non giocare mai sugli equivoci e prendere di petto la natura in quello ch’essa presenta all’interno e all’esterno.
S. Rubboli Valigia Diplomatica n. 11, giugno 1970
……Sono certo che con gli anni questi quadri saranno cercati e a apprezzati come lo sono oggi i quadri di Dix e Grosz che negli anni ’20 hanno espresso la stessa critica alla società del loro tempo
R. N. Ketterer, Lugano, 15 luglio 1970
….Di contro a certa secchezza “pietrigna” Ferlenga spiega una natura coloristica che si presta a precisi ragionamenti espressionistici di timbro senza dubbio nuovo.
Garibaldo Marussi, Le Arti, 1970
…..Nel segno fermo, preciso, Ferlenga blocca le sue meditazioni dolorose, le sue architetture, specialmente i suoi spazi. E a proposito di questi sarà utile un giorno, avviare un certo discorso
J. Crawen, New York 1970
…..Dans ces toiles verdatre, exhale le fond de la misère humaine et l’ensamble est si sombre qu’il faut faire attention pour remarquer la noble qualité de la pate.
M. Dittiere, L’Arurore, 18 febbraio 1970
….Franco Ferlenga a une vision bien sombre, bien triste du monde. Il pourrait se reprocer de ces peintres misérabilistes que nous avons connus aprés la guerre. Il ya une certaine richesse dans sa pate et dans ses couleurs, qu’il maintient toujours dans une gamme sourde.
J. Dalevèze, Nouvelle Litteraires, 19 febbraio 1970
….Solo chi ha vissuto l’esperienza terrificante di un certo tempo storico, può comprendere la universalità di queste opere. Può darsi che la morte vi aleggi con troppa insistenza ma è sempre la verità che la suggerisce.
Kiyohara Teiken, Osaka, 1971
…Il segreto di quella magia che emana dalle sue periferie industriali, sta nel fatto che le luci, le sfumature, i toni scuri e fondi fanno sentire ancora più presenti gli uomini che non si vedono nel dipinto. E nei quadri dove ci sono gigure, quelle sono semplicemente e rese simboli della realtà umana, qualche volta triste ma sempre calma e dignitosa.
B. Del Boca L’Età dell’Acquario, n° 2 1971
…..L’umanista e pittore, colto in ascolto, ben consapevole che solo superando il proprio dolore si può realmente avvertire il dolore di tutti e diventarne testimone creativo, Ferlenga è forse il più nuovo degli artisti italiani da me incontrati. Perché si sente nei suoi dipinti, saggiamente e regalmente composti, che le sue vere speranze sono le memorie più sicure e più splendide e che la sua fede nel l’uomo, ponte sofferente e inquieto fra ieri e domani, è cosa certa e motivata. Al di là degli sfinimenti, dei dubbi estatici e degli scontri pietrificanti.
Gian Carlo Fusco, Roma, febbraio 1971
….Personaggi di tutti quegli attributi velleitariamente pittoreschi che li confinano, agli occhi di molti, sui limiti di un gusto più sul sordido che sul “naturale”. I suoi Hippies posseggono invece, un’anima francescana e sono certo più prossimi a Jacopone da Todi che non agli equivoci profittatori di un mistico anelito alla libertà.
Mario Monteverdi, Parliamoci, aprile 1971
…..Non un pittore Hippy ma sicuramente il pittore degli hippies. Finalmente ci troviamo davanti un artista che ha scelto un tema e si è prefisso di svilupparlo, macerarlo e farlo maturare sino alla conclusione.
A. C., Full, 16 aprile 1971
….Franco Ferlenga continua a svolgere il suo ruolo di sensibile interprete di sentimenti drammatici. A farlo, contribuiscono anche la materia di cui si serve, i colori che predilige e specialmente la costruzione delle sue immagini che si muovono in un’atmosfera di forti contrasti.
D. Villani, Gazzetta di Mantova 20, aprile 1971
….Franco Ferlenga operando nell’ambito del suo consueto castigato linguaggio formale e cromatico propone una serie di composizioni ispirate al mondo hippy, nessuna concessione, nessun compiacimento al di fuori di una sentita partecipazione che consente al pittore mantovano di penetrare profondamente il problema ed oggettivarlo in vigorose immagini sovente permeate di struggente poesia.
G. Traversi, M.G N° 4, aprile 1971
…..Solo nella corrente contemporanea del realismo messicano, possiamo trovare artisti che diano nei gruppi figurali la carica espressiva drammatica suscitata da Ferlenga. Anzitutto i suoi personaggi parlano un linguaggio moderno, sono uno strumento vivo di lotta, echeggiano un pathos sociale che è epico.
T. Bannon, Il Narciso n. 5, maggio 1971
È chiaro che per chi cerca nel quadro la semplice “tache” cromatica, per risolvere la parete, gli conviene puntare altrove, perché il quadro di Ferlenga, è denuncia cruda, sia pure amorosa, della realtà di un mondo che, purtroppo, è ancora possibile tra noi e che non sempre si è disposti a veder ricordato. L’arte di questo pittore lombardo, ha proceduto e procede senza scossoni, sgranandosi come una catena le cui maglie si saldano alle maglie secondo regole che rispettano una sequenza perfetta. Cambiano i temi come le vicende della vita ed intanto ad ogni nuova esperienza, il linguaggio si fa più fluido, puntando all’essenziale e sempre prevale nell’artista l’ansia di comunicare qualcosa di nuovo in termini via via più chiari, incomunicabili.
Rolland Tapiè, Parigi, novembre 1971
Il colore di Ferlenga mi fa pensare a quelle vetrate di cattedrale che, viste senza luce, paiono cupe ma basta che un raggio di luce le illumini e subito si accendono di splendore. E non mi sembra pregio da poco quello di una pittura che solo non teme la luce ma anzi la vuole, rivelando una potenza cromatica che cresce vertiginosamente col crescere della sorgente luminosa.
Dante Fangaresi, Milano 1972
Vivere appartato è per lui una scelta precisa: il legame con la sua terra gli è indispensabile. È solo là che i suoi sentimenti trovano libero sfogo e possono trasformarsi in figure sulla tela.
L. B. Grazia, 28 aprile 1972
I dipinti di Ferlenga sono a colori cupi, ma sia pure a bassi toni ben armonizzati, a toppe e stesure agre e ruvide, come la pittura di affrescatore e tuttavia vibrante di calore umano pur nella stilizzazione delle forme allungate, legnose persino, ad esprimere il dolore alla massima tensione delle sue differenti creature, sì da conferire loro mistica trasfigurazione.
S. Balestrieri, Il Narciso, marzo 1973
Ferlenga trova il modo di ritrarre sempre un episodio che ha come punto focale l’uomo: presente o assente, e tanto più presente in quanto assente, rievocato dall’immagine di una casa in rovina, di un muro sbrecciato e abbandonato alle offese del tempo, di un terreno lasciato alla invasione degli sterpi.
E. Rosato, Moda Sport, maggio 1973
Sino ad oggi Ferlenga ha condotto il suo operare fuori dai legami delle gallerie e dei mercati che da tempo hanno concentrato la loro attenzione su di lui. È un artista ma soprattutto un uomo libero che ha scontato per lungo tempo questo atteggiamento con la scarsa popolarità senza mai dolersene.
Mimmo Dabbrescia Ciao 2000, n° 25, giugno 1973
Parlare con un pittore è sempre una fonte di sorpresa, Ferlenga si inserisce con ipotesi semplici ed essenziali ed è proprio questa considerazione (stranamente) a rendere la sua pittura viva e affascinante. Come gli ultimi dipinti dedicati al “mondo giovane” autentiche testimonianze di stati d’animo e di indecifrabili contraddizioni.
Adalberto Scemma, L’Arena, 7 settembre 1972
Dentro l’animo si avverte come una ribellione irrazionale e un grido di spavento che intendono impedire a queste figure, costruite sulla falsariga di un dolore universale, di fissarsi indelebilmente. Non so se questa rivolta sia dovuta soltanto alla rinuncia ad accettare l’inquietudine e le tragedie del nostro tempo, oppure determinata anche da uno sgomento – difesa per allontanare il mostro – realtà
Italo Frigeri, Il Resto del Carlino, 25 ottobre 1972
La gamma dei colori intensi ha funzione strutturale nell’opera. Essa vive della sua totalità, trascendendo il vero ma facendo leva su uno stato emozionale promosso dalla realtà della forma.
Franco Salvotti Fatebenefratelli, giugno 1974
Vorrei anche aggiungere che Ferlenga in molte tele, forse tra le più recenti, usa lo sfondo chiaro da affresco a riscontro delle figure scure e doloranti: questi intonaci, questi muri, scialbati a calce, lavorati a spatola sui quali il sole e le intemperie hanno lasciato il loro segno, possono essere “l’altro” delle figurazioni di Ferlenga. Il suo rapporto di luce come le lontane campane che, a quando a quando si ascoltano nel castello di Kafka.
Luigi Serravalli, L’Adige, aprile 1974
Vent’anni fa, al primo sorgere delle tremende e immense periferie milanesi, lui le ritrae intere, allucinanti e immobili come mostri che avrebbero partorito, più avanti, diserazione e dolore.
Edgarda Ferri Presentazione 1978 al Centro Europeo delle Arti di Milano
….la tenuta stessa della composizione mai abbandonata all’emozione pura e semplice, è la spia della ragione che giudica, del desiderio di giustizia e riparazione
Luciano Spiazzi, Brescia Oggi, aprile 1978
Devant les oeuvres de Franco Ferlenga né dans la province de Mantoue, nous sorprend les élansà l’italienne d’une expressionisme lancinant qui s’appuie sur le theme du départ, de la tendresse du naufrage et de la mort.
Paul Caso, Le Soir, settembre 1981
Conscient de la douleur et de la misère du mond, il la décrit san Haine mais avec vigueur mettant ainsi le spectateur en face de sa propre conscience.
Serge Bach, Le Drapeau Rouge, settembre 1981
L’artiste est un grand maitre de la composition qui laisse deviner ses remarquables travaux de fresquist dans une oeuvre de denonciation sans complaisance, d’accusation sans verdict.
Raymond Lacroix, L’Escalier, Bruxelles, settembre 1981
Ferlenga ha dinnanzi agli occhi molto chiara la visione del suo assunto morale da artista navigato, che ha penetrato a fondo, e come pochi, le ricerche, compiute con rigore, sul colore e sulla forma.
Guido Perocco, Presentazione mostra Verona, 1989
Ferlenga abita consapevolmente il “Villaggio globale”, è un uomo informato di quanto vi accade ed è colpito piuttosto dalle tragedie collettive che puntualmente segnano la cronaca e, domani, la storia.
Roberto Brunelli, Da colonna a colonna, 1989









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