Franco Ferlenga
PITTORE - SCULTORE - ARCHITETTO
L'ho Udita Presto La Morte
L’ho udita presto la morte
Si tratta del mio ricordo più remoto: il rumore delle martellate che si abbattevano sui coperchi delle bare delle vittime della spagnola.
Ero troppo giovane allora per avere idee chiare, per comprendere la mostruosità di tali operazioni, però il lugubre scandire dei colpi nella notte, mentre ogni altra voce taceva, mi è rimasto dentro e mille volte avrei voluto trasmettere il terrore se solo avessi posseduto la benché minima capacità di tradurre in musica un suono.
Forse nasce da lì, da quel tremolante ricordo, il sigillo della tristezza che sigla la mia opera e di cui molti mi fanno una colpa. Quella lontana vicenda ha lasciato una pesante traccia nel mio animo al punto che non sono mai riuscito a scuotermela del tutto di dosso, nemmeno negli anni della giovinezza che pure avrebbero potuto essere lievi come per la maggior parte degli altri ragazzi.
Mi accorgo solo ora in sostanza che una certa forma di ansia esistenziale mi ha sempre accompagnato fin da quando mio padre, nei momenti più caldi del fascismo, era costretto a trascorrere le notti fuori casa per paura di sorprese o quando dovette abbandonare per un certo periodo il paese perché nessuno ormai si arrischiava ad affidargli un lavoro.
Erano tempi duri per coloro che veleggiavano con vento diverso da quello di regime e ogni rumore un po’ più pronunciato del normale, ci faceva salire il cuore in gola come quella sera in cui stavamo cenando e sono piombati in casa due militi in camicia nera (gente che conoscevamo bene peraltro) armati di fucile con baionetta inastata e hanno prelevato e portato con loro mio padre, senza una parola di chiarimento. Tutto si risolse poi nel costringere il poveretto a cancellare un vecchio simbolo di partito sostituendolo con un altro più adeguato alla nuova aria che tirava ma io accusai l’enormità di quella prepotenza e cominciai a sentire che in un mondo come quello avrei penato a vivere. Intravedevo per la prima volta, anche se ancora allo stato larvale, uno spiraglio, una ragione di dissenso, l’esigenza di fare qualcosa, lo stimolo di rompere gli anelli di una catena che prometteva di diventare soffocante. Niente di eroico beninteso ma l’inconscio desiderio di cercare una mia esatta collocazione tra le pieghe di un sistema che già da allora non sentivo congeniale.
La scoperta della pittura non è avvenuta per me in modo folgorante come è capitato per altri ma essendo cresciuto accanto a mio padre l’ho assorbita naturalmente. Per anni ho sporcato tele e muri, padrone di un mestiere che oggi molti, a torto, snobbano e ho alimentato a lungo con queste mie prove, con severa autocritica, robusti falò. Sentivo che deporre il colore secondo un certo ordine, al solo scopo di compiacere l’occhio, non significava niente. Come tutte le cose di cui l’uomo è artefice, anche il dipingere deve scaturire da una esigenza più viva che non semplicemente quella di abbellire una parete. Solo più avanti negli anni, incominciai a rendermi conto che la pittura, come la poesia e la musica, non possono accontentarsi di agire da droga ma devono trasformarsi in uno strumento a difesa di determinate convinzioni e di sollecitazione per migliorare e creare più efficaci possibilità di adesione al resto dell’umanità.
Rivedendo oggi alcune mie opere giovanili non posso non meravigliarmi di cogliere nel loro impianto, sia pure ancora scolastico, qualcosa che in qualche modo già le scostava timidamente dal puro gesto del bel dipingere. Erano i tempi in cui molti miei colleghi coetanei, stavano infilando la strada del successo che li avrebbe portati ad assumere posizioni di spicco nel disinvolto sistema valutativo in vigore. Essi passavano senza traumi da un clima all’altro adeguandosi, premurosamente, agli umori della giornata, giurando ad ogni nuova sbandata che quella sarebbe stata l’ultima per poi rovesciare, al termine del conflitto, tutto in un gran calderone di comodo.
A torto o a ragione, ma io credo a ragione, non mi sono sentito l’animo di seguirli anche se il supporto dei miei tristi fantasmi avrebbe potuto considerarsi in perfetta armonia coi significati della nuova pittura e il non adeguarmici, nemmeno per nessi formali, fu un errore che mi alienò per anni un mercato che stava nascendo e dal quale venivo sospettosamente tenuto a distanza.
Ostile alla mercificazione degli eventi culturali, al livellamento antropologico introdotto dai mass media, sono sempre stato convinto che tutto quanto si crea in arte o comunque nel campo delle discipline espressive, non debba essere cercato fuori di noi bensì dentro, e con tale convinzione ho continuato per la mia strada che mi auguro non assimilabile a quella di altri per la fondamentale differenza che sempre distingue un uomo da un altro uomo.
Il trauma della Resistenza sembrò agire su di me, sui miei dubbi, come una spugna.
L’esercizio della violenza il più delle volte subita e solo di rado esercitata durante i lunghi mesi di clandestinità, provocò un lavaggio della coscienza che sulle prime mi indusse ad illudermi che la vita a quel punto non avrebbe potuto che riprendere da zero, ma non fu così. Nelle rare opere scampate alla furia purificatrice dell’autocritica, si intravede addirittura, ad un certo momento, un’apertura trionfalistica che non sarebbe più tornata in seguito perché non era che la conseguenza della breve giustificata euforia provocata dalla cessazione del grande conflitto.
Gli interminabili anni di scuola ormai lontani, mi accorgevo che erano serviti solo a farmi comprendere quanto poco valesse la pena di trattenere di una cultura così scioccamente convenzionale e comunque inadeguata alle nuove esigenze di un mondo stanco e smaliziato. Alla ventilata pulizia e rinnovamento che tutti ci si augurava, s’era venuta sostituendo una puntigliosa operazione di rappezzo che, salvando le apparenze, lasciava ogni cosa come prima paralizzando la gran voglia di fare che la Resistenza ci aveva lasciato in corpo.
E qui è tempo di sfatare l’accusa di pessimismo che mi porto dietro. Dico io: si può essere pessimisti quando si spende una vita a denunciare, nell’illusione di porvi rimedio, le macroscopiche ingiustizie che da ogni parte si abbattono sui più deboli?
Rimane il fatto che dopo il pauroso scossone della guerra, sfumate le tinte rosee dell’entusiasmo, ci siamo trovati davanti un mondo triste, sotterraneo, con rari squarci di cielo, quello che ancor oggi ci imprigiona ma che sarebbe impossibile ignorare, troppo lontano dalle chiarissime immagini di un breve periodo creativo che partiva da fiduciosi presupposti di giustizia e di felicità. La spaccatura della guerra ha smorzato la luminosità della mia visione. Al rientro dal conflitto, dopo le prime chiassose manifestazioni di entusiasmo, ho ritrovato un più realistico equilibrio in conseguenza di una caduta di umori che ha stentato a lasciarmi prender quota e, mentre la figura aveva costituito fino a quel momento il punto focale del quadro, mi accorsi che nuove immagini mi si suggerivano altrettanto efficaci.
Aggirandomi un giorno nei pressi del laghetto di Redecesio, una vecchia cava dell’immediato hinterland milanese, scoprii quasi per caso la nuova architettura che stava crescendo dopo la “grande violenza”, quelle periferie industriali in lotta con l’ultimo verde che rispecchiavano nell’acqua le loro torbide immagini rovesciate, surreali. Annotai sul mio taccuino qualche appunto per poterne tradurre in seguito, a distanza, come ho sempre fatto, la voce segreta, filtrata attraverso il tempo della memoria. Erano tralicci, serbatoi, ciminiere, gasometri in un ordine metafisico governato da sue leggi precise.
La resa dell’atmosfera pesante di quell’ambiente, il rapporto tra l’essere umano e il nuovo panorama, l’ansito confuso dei due fiati: ecco l’oggetto delle mie ricerche di quel tempo! Nessun complicato messaggio ma una pittura che nasceva da eterni interessi e tendeva ad un unico scopo: renderne testimonianza. La giustificazione dei toni cupi profondamente malinconici, rotti raramente dalla subitanea esplosione di un rosso, di un azzurro, dall’ansia di un verde che morde la materia con urto violento, l’omogeneità di questa che modella i corpi, gli alberi, le case, in un elaborato processo di simbiosi non so se fossero più il risultato di un particolare stato d’animo, oppure la derivante dell’osservazione a distanza del clima di smog nel quale l’umanità rischiava di soffocare.
Dopo l’esperienza delle Periferie Industriali l’interesse per la figura tornò a primeggiare. Lo spettro della guerra si allontanava e l’uomo angosciato protagonista di mille dolorose avventure, tornava a farsi avanti mentre il quadro del “grande macello” sembrava perdere intensità. I campi di concentramento, la fame in India, il Biafra, il Vajont, suggerivano il nuovo cammino.
L’uomo scopriva i nemici negli amici migliori.
Falso sarebbe interpretare queste scelte come conseguenza di una forma di compiacimento, anziché come l’amorevole affiancarsi di un individuo alla grande schiera degli infelici che di giorno in giorno si fa più numerosa in ogni contrada del mondo.
Non è che il significato di un’opera d’arte costituisca il punto saliente di essa, è pur vero, però, che dai significati nascono le emozioni sulle quali si innerva il manufatto artistico. Ma il ragionamento potrebbe venir frainteso specie oggi che l’artista, più spesso il critico che lo presenta, sembrano fare di tutto per rendere complicati dei concetti che all’origine complicati proprio non erano.
Se devo comunicare qualcosa che mi si agita dentro, la prima comunicazione è quella di scegliere un linguaggio idoneo, tale da evitare già in questa sede, una lettura difficile a chi abbia la buona volontà di seguirmi. I miei personaggi presentandosi nudi il più delle volte, costituiscono un fin troppo facile bersaglio alle frecce dell’osservatore, né ciò mi dispiace sia chiaro, in quanto se voglio intendere nero, dico nero, restando del parere che dipingere o produrre arte in genere non significhi affatto assecondare le tendenze del potenziale cliente, bensì cercare quel magico punto d’impatto che rende l’opera indispensabile in toto a chi l’acquista, oppure da rifiutare senza appello.
Venne in seguito il periodo degli Hippies. Il quadro è la traduzione di un pensiero già formato e perciò chiaro anche se prima di nascere non esiste ancora niente o solo qualcosa di estremamente vago. La situazione dell’artista è la seguente: egli si esprime, si lancia nel futuro ad occhi chiusi come il primo uomo che ha parlato, senza sapere se ciò che riuscirà a dire sarà qualcosa di significante di per sé e se offrirà un senso di identificazione agli altri. Proporre un discorso sugli hippies quando il fenomeno era ancora in gestazione poteva apparire presuntuoso ma, se una volta germinato sulla tela il suo senso fosse riuscito ad acquistare autonomia, ad animarsi e vivere per gli altri, allora la modesta fatica del pittore avrebbe spuntato un risultato. La presenza di tale colorata parentesi nel mondo di quegli anni induceva a riflettere. Questi ragazzi che si nascondevano sotto imprevedibili travestimenti: barbe, capelli lunghi, cinture e collane, cosa chiedevano? E nasceva giustificato un dubbio: si nascondevano agli altri o a se stessi? Non poteva essere il terrore di rimanere soli a farli urlare, a farli pizzicare fino alla follia le corde delle loro chitarre, a spingere a tutto volume la voce dei giradischi? Non poteva essere il timore di ritrovare se stessi che li atterriva e li spingeva a tuffarsi nella folla, ad ammucchiarsi gli uni sugli altri spinti dall’istinto che porta il freddoloso nelle braccia del compagno?
L’insicurezza che avrebbero voluto cancellare, sembrava sprofondarli in un mondo i cui contorni apparivano del tutto incerti.
Ecco che allora il gesto, l’urlo, assumevano significato di difesa. Nell’urlo, nel gesto, nel forsennato dimenarsi, era espressa tutta la loro tragica solitudine, fino a quando un evento troppo grande avrebbe fatto tacere le chitarre, rientrare i gesti scomposti presentando loro la vita per quello che è e non per quello che essi avrebbero voluto fosse.
E qui viene naturale chiedersi cosa dovrebbe rappresentare la pittura: ciò che appare invisibile alla maggioranza degli uomini o ciò che porta al cuore delle cose senza passare attraverso l’intelletto interrogando unicamente la visione nel suo senso misterioso?
L’arte, non dimentichiamolo, è una interrogazione continua a tale visione che noi non facciamo, ma che si fa in noi. Penso ancora oggi che il mondo colorato e patetico di quei ragazzi non potesse lasciare indifferente il pittore attento alle vicende del proprio tempo. Il punto piuttosto era un altro: come esprimerlo? L’artista è l’uomo che dovrebbe esercitare la visione nel più alto grado, che dovrebbe mostrare nelle sue tele come le cose si fanno cose e il mondo si fa mondo, colui che dovrebbe fermare per un istante la vita. L’opera compiuta non è quella che esiste in sé come una cosa ma quella che raggiunge lo spettatore e lo invita a partecipare alla sua vicenda. Nel momento in cui il personaggio hippie si definiva cozzando contro le proprie responsabilità di uomo, nel momento in cui il suo ingenuo desiderio di proporci un mondo migliore incappava contro qualcosa che era troppo sproporzionato alle sue forze, in quel momento nasceva questa esperienza pittorica non meno drammatica delle altre che l’hanno preceduta.
Fra la perdita della vita e la perdita della libertà, meno tragica mi sembra la prima. Quando ho cominciato a tradurre sulla tela il nuovo ciclo di storie, certe vicende non si erano ancora cronologicamente determinate e allorché qualche tempo dopo presentai le mie opere la critica definì unanimemente questo passo della mia pittura: Il ciclo del Cile. Non reagii al falso storico perché mi dava la prova che avevo in anticipo interpretato gli eventi. All’artista va chiesto il coraggio di essere se stesso ogni giorno, anche se oggi è diverso da ieri, di rimettere in discussione i precedenti risultati quali che siano, al di fuori di qualsivoglia considerazione di comodo. Il mito personale di un quadro, ha una sua genesi , una sua storia complessa, un suo tempo vissuto nato dalla ossessione di determinate emozioni. Inscritto in scene drammatiche dove azione e personaggi risultano inconfondibili, esso si manifesta quale ricchezza di equivalenze analogiche, quale disposizione magica di desiderio. Il problema è l’ansia di esprimere attraverso l’immagine che nella sua universale comunicabilità può valersi come strumento di tutte le esperienze culturali. Arte e realtà umana quindi, non devono risultare diverse e distinte ma termini di una sintesi armonica di sentimenti e di forme. L’essenziale è che un dialogo si stabilisca tra l’artista e la comunità e che sia in grado di dar voce agli eventi, ai problemi, alle aspirazioni, alle tensioni, ai drammi della vita associata, agli uomini attraverso immagini di immediata espressività emozionale. Dire alto e forte in una comunione diretta tra arte e vita con cosciente partecipazione alla storia che si viene facendo.
Anche i personaggi dei Potenti come alcuni li hanno definiti, rientrano in questa storia. Non nascono evidentemente da un sentimento d’amore nei confronti di determinate categorie egemoniche, bensì dal contrario, dalla rabbia di dover constatare che alcuni individui forti della loro privilegiata collocazione sociale, politica o economica, infieriscono sul più debole che non ha artigli per difendersi. Se sono troppo crudo, se ho calcato la mano nel tratteggiarli, non mi va di chiedere scusa. È il castigo più civile che essi possano meritarsi.
Quando un artista si accinge a dipingere un quadro, non è soltanto perché ne sente la indispensabilità o ha da colmare un vuoto per se stesso, ma è che gli è nato dentro qualcosa che gli urge comunicare. Il quadro non è mai un tentativo. Dal momento in cui il pittore si avvicina alla tela e prende in mano i pennelli, ha già dentro di sé il contenuto da trasmettere. Non è mai sogno e basta, non è mai solo una cosa bella ma deve esprimere una sostanza, un contenuto, una significazione dell’anima, della cultura, del tempo che assume rispondenza storica.
Si parla di crisi dell’arte di oggi. Qualcosa è venuto indubbiamente a modificare i contenuti estetici di un tempo ma non sarebbe più giusto allora parlare di cambiamento di direzione, vale a dire di un’arte intesa a distruggere le classi del bello formale per sostituirvi le immagini di ogni giorno? Arte che non vuol più essere accattivante per il fruitore, bensì aperta rottura, virile accusa nei confronti di una società che troppo spesso dimentica i propri doveri, un momento magico di dilacerazione delle istanze creative tradizionali, invenzione di forme nuove e di nuovi ritmi in aperto anticipo sui tempi cronologici. L’artista della nostra epoca può ben vantarsi di aver riscoperto l’uomo nella sua essenza di squallide fortune e di miserie e di averlo finalmente preso in considerazione per quello che è , il che non mi sembra cosa da poco.
Gli sono occorsi lunghi tempi di maturazione che hanno ritardato la conoscenza dopodichè egli si è ritrovato tra le mani una materia desueta, meravigliosamente duttile che non chiedeva altro che di lasciarsi plasmare. Le convenienze di alcuni avevano idealizzato l’individuo snaturandone di proposito l’essenza. Per poterne ricavare uno strumento più docile, l’avevano costretto in un secolare letargo per consegnarlo più arrendevolmente in grembo al sistema. E il sistema ha funzionato per secoli nonostante voci sporadiche si siano levate di tanto in tanto per protestare.
L’artista ha cominciato a registrare sensazioni diverse dalle quali sembrava esser prima escluso, anticipando come è sempre accaduto i tempi comuni per domandarsi che senso potesse avere ormai un’arte volta a soddisfare i pruriti culturali di pochi privilegiati. Da qui finalmente, il discorso nuovo, affascinante, attraverso il quale egli può oggi, per la prima volta, comunicare con l’uomo suo simile, rifiutando le scorie secolari di cui l’avevano rivestito per restituirgli la sua naturale configurazione.
Il quadro La tenda dei disperati è del 1975, epoca nella quale il dramma del Belice svaniva nei ricordi e parlarne provocava nei più un senso di annoiata sopportazione. Il Friuli per contro, era ancora una terra intatta, forte e laboriosa, legata alle leggi e alle leggende delle sue montagne. La tela nata in questo spazio di tempo, sia pure per cause inconsce, fu il campanello che svegliò in me il bisogno di raccontare queste altre sciagure, convinto che il più spregevole dei peccati sia la dimenticanza.
Il Belice lo visitai un anno dopo, precisamente nell’autunno del 1976 e mi apparve come una distesa ondulata di argille grigie allungata a perdita d’occhio, dove, solo i grumi delle rovine siglavano di umano la zona. Contrade sventrate mostravano senza vergogna (per la prima volta forse nel corso dei secoli) le misere interiora come se nulla più avessero da nascondere agli estranei. Vittima del complesso dell’impossibile, quella gente si lasciava andare, certa ormai che nessuna mano si sarebbe più tesa verso di lei e che l’Italia delle facili commozioni aveva da tempo abbassato le saracinesche della pietà.
Nella chiesa sventrata di Santa Ninfa, nulla ancora era stato rimosso. Quando vi giungemmo al tramonto, movendoci con cautela tra i muri pericolanti, a venirci incontro per prime, disperse dal vento, furono le pagine del libro delle nascite sfrondato dalla brezza che soffiava fra le macerie dell’archivio parrocchiale. Ne raccogliemmo qualcuna. Portava date antiche.
Il silenzio ci faceva dolorare le orecchie. Più in là, a ridosso del costone di argilla, la baraccopoli boccheggiava ad una temperatura di cinquanta gradi all’ombra. Le tende e gli ondulati disegnavano un’architettura allucinante entro e attorno alla quale, vermicolava un’umanità prostrata dalla disperazione.
L’inferno, pensai, non potrebbe venire meglio configurato.
Ma l’angosciata avventura dell’uomo continua.
L’altro tema Le barche della speranza suggerito dalla vicenda di una frazione di umanità, lontana geograficamente da noi ma sicuramente vicina per concordanza di significati, di instabilità e di insicurezza, minaccia di allargarsi oltre gli spazi di origine, fino a coinvolgerci tutti.
Il pubblico davanti a questo nuovo ciclo di opere, le ha discusse, le ha accettate, le ha rifiutate ma sempre con trepidazione, con sentimento, come avviene puntualmente davanti a qualcosa di vero e come attiene a tutto quanto ha il potere di turbare le coscienze, di scalfire un sia pur modesto lembo della contorta psiche umana.
Mi sono sentito chiedere con morbosa insistenza quali fossero le ragioni che mi avevano spinto ancora una volta a puntare il dito accusatore e nonostante che le significazioni dei nuovi quadri risultassero fin troppo chiare per coscienze pulite, devo dedurre che l’universalità del dolore ha significato per alcuni solo in una direzione.
È lecito chiedere la tessera alla sofferenza? Sul lungo cammino dell’umanità quante barche della speranza sono transitate, quanti relitti umani vi si sono aggrappati provenienti da ogni parte e quante e quali delusioni hanno lasciato al loro passaggio! Non a caso i miei personaggi si identificano spesso, anche a costo di apparire monotoni e ripetitivi, coi giovani, cioè gli esseri più indifesi, più disponibili alle avventure ideali e non ancora contaminati da sporche convenienze. Le barche della speranza tuttavia, se anche dimostrano che siamo ancor lontani dall’aver raggiunto quella comunione che da secoli costituisce il miraggio degli uomini di buona volontà, ci dicono nel tempo stesso che non tutte le speranze di approdare al giusto lido devono considerarsi spente.
La vicenda degli hippies mi aveva lasciato il dubbio che dietro quell’umanità che barattava una P.38 con un fiore, si nascondesse qualcosa di più complesso. Con ciò non intendo individuare l’origine storica del fenomeno della droga che è di natura certamente più torbida e profonda.
L’avevamo già vista qua e là qualche siringa ma il fatto fino ad un certo momento poteva anche essere assimilato al gesto della prima sigaretta bruciata di nascosto, nell’impazienza di maturare. Tuttavia il sentore morboso che emanava da quella gioventù, non lasciava tranquilli, da qui però a prevedere gli eccessi di oggi, ne correva.
Fu una sera in cui mi aggiravo senza meta entro il vecchio quartiere di Brera, forse nell’intento di stuzzicare certi ricordi del tempo dell’Accademia, che mentre venivo riconoscendo commosso ogni pietra, ogni macchia delle strutture fatiscenti, ai piedi di un edificio di media altezza, andai a sbattere in un fagotto rovesciato sul marciapiede. Non mi ci volle molto a riconoscere in quel mucchio di stracci un essere umano.
Accanto, fra i fumi bassi della città riluceva il vetro di una siringa.
Poteva essere il suggerimento per un nuovo ciclo della mia pittura?





5. Castiglione sotto la neve, 1949


7. Castiglione dalla terrazza di casa, 1950 c.a.

8. Istantanee di F.F. da sopralluoghi nella periferia Milanese

9. Istantanee di F.F. da sopraluoghi nella periferia Milanese

10. Istantanee di F.F. da sopraluoghi nella periferia Milanese

11. Periferia industriale, 1961

12. Periferia industriale, 1964

13. Lager, 1969



16. Forse è ancora un uomo, 1973



1. Oggetti nello studio del pittore
3. Figura addormentata, 1947
2. Umberto Ferlenga, decoratore
4. Partigiani, 1947
6. Castiglione dalla terrazza di casa, 1950 c.a.
14. Solidarietà, 1974
15. La sentenza, 1973
17. La Tenda dei disperati, 1975
18. Il relitto, 1979
19. Verso la fine, 1980
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